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Peppone ai tempi delle molestie

Peppone uscì dalla visita oculistica a Milano con gli occhi impastati di atropina e con due pupille larghe come una moneta da due euro, attraverso cui vedeva il mondo in modo approssimativo. Ma visto che non era la prima volta che si faceva mettere le mani nelle pupille, e sapeva che se si fosse messo alla guida avrebbe commesso una strage, si era portato dietro lo Smilzo per farsi riaccompagnare a casa.

Così, aggrappato al braccio del suo fedele collaboratore, era uscito dallo studio medico e aveva percorso il tratto di strada che lo separava dalla macchina. E proprio lì, arrivati all’automobile dello Smilzo, li raggiunse una voce femminile:

“Eccolo, è lui. È lui che mi ha molestata”.

Sentendo che la voce puntava verso di loro Peppone chiese preoccupato:

“Cos’hai combinato Smilzo?”.

“Veramente” rispose lui senza mancare di deferenza, “il dito della signora punta contro di te, capo”.

“Quell’uomo mi ha molestata, fate qualcosa!”.

Peppone, cadendo dalle nuvole, non riuscì a ribattere ma si sentì tempestato di voci, perlopiù femminili, che erano accorse.

“Si vede che ha la faccia dell’orco”.

“Io gli aggiungerei una bella “p”! E chissà che segreti nasconde”.

“Capo” commentò piano lo Smilzo, “tua moglie non la prenderà bene”.

“E così l’orco ha una moglie! E chissà come la tratta”.

“Io ho sempre trattato benissimo mia moglie!” ribatté Peppone piccato, ripresosi dalla sorpresa.

“Ah sì? Le ha lasciato fare carriera?”.

“Ma che c’entra, avevamo un sacco di figli da tirar su”.

“Li avreste dovuti tirar su insieme”

“Anzi, li avrebbe dovuti tirar su lei, perché la donna ha bisogno di tanto tempo libero per realizzarsi”.

“Voi uomini siete tutti uguali”.

“Che terribile maschilismo!”

“Che succede qui?” domandò imperiosa una voce maschile con il sapore del Sud.

“Capo sono arrivati i carabinieri” commentò lo Smilzo.

“Lui! Lui mi ha molestata!” Esclamò la donna puntando un dito dritto sulla faccia di Peppone.

“Quando è successo?” chiese il carabiniere.

“Poco fa, qui in strada”.

“Impossibile” replicò Peppone, “dallo studio medico a qui non ho staccato le mani un secondo dal braccio del mio collaboratore, che può confermare”.

“Ma che c’entra?” replicò inviperita la donna, “mi ha molestata con gli occhi, con quegli occhiacci con cui mi ha desiderata”.

“Ma se non vedo neanche il mio naso!” esclamò Peppone, “non riesco neppure a capire se è un uomo o una donna”.

“Ecco, le solite discriminazioni di genere! Quando ci sarà vera parità?”.

Lo Smilzo, controllata visivamente la donna, ebbe l’ardire di chiosare:

“No, questa non l’avresti mai guardata neanche con le pupille normali”.

“Questo è oltraggioso! Le state dicendo che è brutta!”.

“Donne oggetto! Valutate solo per l’aspetto fisico!”.

“Ecco! La mercificazione delle donne!”.

“È colpa vostra se devo andare in ufficio con la minigonna e i tacchi!”.

“Lei” chiese allora il carabiniere rivolto a Peppone, “ha due pupille strane. Ha fatto uso di sostanze?”.

“Sì” rispose Peppone, “atropina, può chiedere all’oculista dietro all’angolo. Non vedo un fico secco. E comunque se anche avessi visto qualcosa e avessi guardato la signora che razza di reato avrei commesso?”.

“Circolare!” disse allora il carabiniere mettendo fine a quel crocchio di persone. Che si sciolse con voci femminili che continuarono a borbottare:

“Ingiustizie patriarcali!”.

“È proprio vero che i maschi sono tutti uguali”.

“Non pensano ad altro”.

“Bisogna rieducarli”

“Ci riscatteremo!”.

Peppone salì in macchina. E pure con le pupille a occhio di bue riuscì a vedere la realtà per come era. Una nuova realtà in cui lui era effettivamente colpevole. Colpevole di essere semplicemente un maschio.
(originariamente pubblicato su Il Giornale)

peppone

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