È tempo per noi cattolici di diventare anticlericali

// settembre 7th, 2009 // Articoli, Squarci sull'infinito

savonarola

Dopo la vicenda Boffo qualcosa deve necessariamente cambiare nella Chiesa italiana di oggi. E deve cambiare presto, e radicalmente. Erano almeno cinque anni che sentivo preti e prelati mormorare cose non riferibili su Dino Boffo e su alti prelati a lui legati. E come me tanta parte del mondo cattolico avrà sentito raccontare qualcosa. Ma appena uno scampolo di queste mormorazioni è emerso, quegli stessi che mormoravano ora negano. Questa è la cifra del mondo cattolico italiano di oggi, impregnato di clericalismo fin nel più profondo midollo. La verità non si racconta: si mormora al buio. Proprio nell’oscurità in cui la si può plasmare ed usare a proprio piacimento. E appena giunge la luce, si rimane spiazzati e si fa la orrenda figura che questa vicenda ha addossato sull’immagine della Chiesa. E il commento del neodirettore è del tutto in questa linea: “Da cronisti e da portatori di opinioni ci confrontiamo senza timori e senza reticenze con ogni fatto e ogni interlocutore, ma proprio perché crediamo nel dialogo riteniamo che non si possa e non si debba mai recitare una finzione di dialogo”. come dire: dialogo con te, ma solo se hai la mia stessa opinione. Logiche, appunto, clericali.
È giunto il tempo, per noi cattolici, di divenire seriamente anticlericali. È giunto il momento di dire basta. Basta a queste ipocrisie pretesche, inadatte a sopravvivere alla contemporaneità. Basta al fariseismo di facciata, che vuol mostrare al mondo una esteriorità immacolata, negando la più elementare delle verità: al pari di tutti gli altri uomini, anche i cattolici convivono con il peccato. Dovremmo essere uomini della luce e della Verità, ed in questa vicenda abbiamo dimostrato di essere servi dell’ombra e della menzogna. Quanto fossero vere le mormorazioni su Boffo e sui prelati a lui vicini nessuno a questo punto lo sa con certezza, ed il suo silenzio e le sue dimissioni autorizzano a pensar male. Un gravissimo danno d’immagine, frutto di una serie di meccanismi perversi incontrollabili, non ultimo dei quali è l’esistenza stessa del quotidiano Avvenire. Perché i vescovi italiani investono così tanti denari (non immaginate quanti) per avere un organo ufficiale che parli per loro (ed a loro, vista la diffusione) di politica, economia, cronaca? Non sarebbe magari meglio, volendo operare una strategia mediatica nell’ottica di portare il messaggio cristiano di salvezza ai popoli, investire quei soldi per formare giornalisti di ispirazione cattolica che possano diventare protagonisti nell’universo dei media, portando così al mondo una testimonianza? Sì, ma poi non sarebbe un potere che i preti e i vescovi, organizzati come “conferenza episcopale” possono controllare. È il potere la vera chiave di tutto questo. Uno spasmodico desiderio di potere che la struttura clericale, magari anche per fini buoni, non riesce ad abbandonare. E il potere ha le sue logiche. Tolkenianamente viene da dire che prima o poi il potere si impadronisce di chi ne è portatore. Ed ecco che allora risuonano parole che vengono da molto lontano: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro”. È Sant’Ilario di Poitiers, che scriveva nel quarto secolo. Nulla è cambiato da allora. Manca solo un Sant’Ilario che lo racconti…

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