Intervista al cardinal Tonini sul libro “Profezie per l’ottimismo”

// febbraio 3rd, 2009 // Articoli, LIBRI, Squarci sull'infinito

4PIACENZA, 25 marzo 2008. Tratto da “Libertà”
Il cardinale Ersilio Tonini, «La vita è un grande miracolo»

Il cardinale Ersilio Tonini è nato a Centovera di San Giorgio Piacentino nel 1914. Ordinato sacerdote nel 1937, ha studiato Diritto Civile e Canonino all’Università Lateranense, divenendo poi direttore nel 1947 del settimanale diocesano “Il nuovo giornale” di Piacenza, in un momento in cui l’Italia è attraversata da forti contrasti e tensioni sociali.
Ordinato vescovo nel 1969, dal 1975 è chiamato a reggere l’Arcidiocesi di Ravenna, animando un’instancabile azione pastorale e caritativa rivolta in particolare agli ultimi e agli emarginati, segnata da una profonda attenzione per le questioni sociali.
Lasciata la guida dell’Arcidiocesi nel 1990, è creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Uno dei maggiori meriti del prelato è senz’altro l’aver contribuito a portare il messaggio della fede al grande pubblico, dapprima conducendo con Enzo Biagi la trasmissione televisiva “I dieci comandamenti all’italiana”, quindi intervenendo in numerosi programmi e talk-show televisivi, che lo hanno reso una delle voci più autorevoli nel panorama della Chiesa contemporanea.
E in questi giorni, l’infaticabile cardinale Ersilio Tonini è “tornato in pista” con un nuovo libro dal titolo Profezie per l’ottimismo (Piemme, 150 pp, 10 euro), curato da Paolo Gambi, un giovane e bravo giornalista professionista di Ravenna, che è contributing editor per il “Catholic Herald” di Londra ed editorialista del quotidiano “La voce di Romagna”, oltre a collaborare con televisioni, giornali e periodici.
Un invito alla speranza, un volume da leggere tutto d’un fiato, che reca in sé il tratto inconfondibile della Parola di Ersilio Tonini.

La voce del cardinale Ersilio Tonini è vivace ed energica come sempre, a testimoniare che il lieve malessere che lo ha costretto nei giorni scorsi a un breve ricovero ospedaliero è ormai un episodio superato. Ne siamo felicissimi.
Parlando con Tonini, l’intervista si trasforma in una lunga conversazione, che a tratti porta a riflettere e a porsi, in qualità di giornalisti e non solo di persone, molte domande, e a tratti si fa largo anche un po’ di commozione. L’occasione è rappresentata dalla fresca uscita del suo ultimo libro, Profezie per l’ottimismo, edito da Piemme, a cura del giornalista ravennate Paolo Gambi. Una pubblicazione in cui il cardinal Tonini tocca tutti i temi etici che più gli stanno a cuore, dagli eterni argomenti dell’esistenza umana alle madri «portatrici di miracolo», dagli aborti all’eutanasia. E in quelle stesse pagine e in quei pensieri, accattivanti al punto che sembra di ascoltare la voce amica di Tonini sussurrare alle nostre orecchie, non c’è il timore di affrontare i grandi problemi della Chiesa.
E alla fine, l’intervista è simile a una passeggiata in un fresco mattino che già sa di primavera, durante la quale tra le parole sgorga un fiume di ricordi sull’infanzia, sulla vita in seminario, sull’esperienza di parroco a Salsomaggiore, su Piacenza e i piacentini che definisce «gente molto silenziosa e tanto buona, di una bontà che ho conosciuto bene e che non dimentico».

Cardinal Tonini, nel suo libro “Profezie per l’ottimismo” lei tratta molti argomenti importanti. A me ha colpito, in particolare, l’ampio spazio che lei dedica alle madri coraggio di Seveso, al dramma di quelle che decisero di abortire ma anche al miracolo di chi ha deciso di avere il proprio figlio nonostante le paure e le difficoltà.
«Non si può parlare di speranza senza parlare di madri. Nel mio caso, io devo tutto a mia mamma perché lei mi ha dato il gusto per la vita. Ho un ricordo vivissimo. Una volta, le madri pregavano insieme ai loro bambini. Avevo quattro anni quando mia madre mi disse: “Ersilio, adesso sei un ometto, questa è l’ultima volta che preghi insieme a me. Adesso fallo tu da solo”. E così anche stamattina, come ogni mattina, io mi sveglio e prego, e grido forte la mia gioia di vedere, di ascoltare, di esserci. Cioé, non grido fino a spaventare le suore che vivono qui, ma grido nel mio cuore la gratitudine per la gioia di esistere. E’ alla mamma che si deve la vita».

Lei parla delle madri paragonandole alla madre di Gesù.
«Voglio raccontarle una cosa. Quando il Santo Padre ha riunito i cardinali, mi ha detto: “Dica a queste madri di parlare ai loro figli perché è la madre che passa il valore della vita”».

Ultimamente si sta affrontando con rinnovata tensione il tema della vita nascente. Giuliano Ferrara ha iniziato una crociata per la moratoria sull’aborto, alcune femministe sono scese in piazza a protestare.
«A Salsomaggiore, dove sono stato parroco, c’è un medico straordinario - purtroppo, alla mia età non ricordo tutti i nomi, ma se mi torna in mente poi le telefono - che ha scritto un libro sull’organo femminile. In questo libro c’è poesia: nel descrivere lo sperma maschile che entra nell’utero della donna e poi uno spermatozoo penetra nell’ovulo e vi si dissolve. Questa nuova cellula, che possiede un corredo cromosomico nato dalla fusione di quello dei due genitori, poi naviga e si annida sulla parete dell’organo femminile. Lì, si nutre. Ma questo è un miracolo! E’ il miracolo della vita!»

In alcuni passi del suo libro, lei parla di donne che hanno deciso di abortire. Colpisce la sua profonda condivisione del dolore che questo dramma comporta e la sua mancanza di giudizio e di “condanna”. E’ dovuta forse al fatto che le donne e le madri, come tutti gli esseri umani, secondo la Chiesa sono condannate a vivere confrontandosi con il peccato?
«Mi torna in mente l’esperienza di parroco a Salsomaggiore. Quella è stata un’esperienza incredibile. Sono stato a contatto con tante persone, con tante “anime”. Il parroco è un ruolo di grande, grandissima responsabilità e importanza. E nel libro, parlo anche dell’amarezza del parroco che è quotidianamente a contatto con le gioie ma anche con le sofferenze della gente che lo circonda. Io a Salsomaggiore ho avuto una fortuna enorme: l’ho vista lì, la vita, come parroco. La vita di una persona, anche con tutto il suo bagaglio di sofferenze e di errori, è comunque un miracolo. E la vita di un ragazzo, poi, è un tesoro! E bisogna dirglielo! Platone diceva: “I nostri occhi sono conformi alla luce”. E’ una cosa splendida, questa. La luce che si riflette negli occhi e ci permette di vedere il mondo. E il timpano, l’udito, il suono che si propaga nell’aria e percorre la via fino a raggiungere il nostro orecchio e all’improvviso diventa parola, arriva al cervello. La vita è veramente un miracolo».

Lei infonde speranza anche quando scrive dell’Africa e delle condizioni di estrema povertà che vivono certe popolazioni del mondo, con i bambini che muoiono di fame. A differenza di tanti altri filosofi e intellettuali contemporanei, lei sostiene che occorre fare del bene ed essere ottimisti per un futuro migliore.
«Sì, perché le meraviglie che si trovano nel cuore dell’uomo sono infinite. Guardi, parlando di politica e di ingiustizie a livello mondiale, in grande o in piccolo, l’uomo è capace di grandi infamie. Ma lei pensi a quanto bene può esserci in un uomo, se sceglie il bene e non il male. Pensi alla tenerezza di cui è capace una madre che si prende cura del proprio bambino. E nei giorni scorsi, ha visto quanta commozione e dispiacere ha suscitato in tutte le persone la tragedia dei due fratellini morti dopo essere precipitati nella cisterna a Gravina: ecco, gli uomini sono capaci di grande empatia e comprensione».

I giornali e la televisione danno grande eco alle notizie drammatiche, spesso con troppa enfasi. Lei ha diretto “Il nuovo giornale” e lavorato con Enzo Biagi… c’è qualcosa che vuol dire ai giornalisti?
«Il compito della stampa è enorme. E Biagi lo sapeva, stava sempre attento a non offendere, perché la stampa è un’arma e deve invece fare del bene. Sa che, quando ero direttore, venivo a stampare “Il nuovo giornale” in via Benedettine? Ero molto amico di Ernesto Prati e di suo fratello Marcello. Erano davvero brave persone. Ricordo bene anche il proto di Libertà Dotelli».

Lei è venuto recentemente a Piacenza per l’ordinazione del nuovo vescovo Ambrosio. Che ricordo ha della città e dei piacentini?
«Piacenza: le proprie origini non si possono dimenticare, come i gusti, i sapori. E mi ricordo Maria Bisi, maestra a Piacenza e presidente dell’Azione Cattolica , che è stata una figura straordinaria. Devo a lei se sono diventato prete. A un certo punto, i miei non ce la facevano a pagarmi gli studi in seminario. La prima volta, tornai a casa e un mio zio, che era un “badei” e non aveva figli, diede a mia mamma 500 lire. Sono andato avanti per un po’, poi il problema si è ripresentato. Così, andai a parlare con la moglie di un noto avvocato, che villeggiava a Pontenure. E lì verificai la tenerezza e la capacità di amare e di fare del bene degli uomini. Le dissi che non riuscivo più a pagare gli studi e le chiesi aiuto. Lei era brava, aiutava molte persone. Mi tranquillizzò e scrisse una lettera a Maria Bisi. Poco dopo, il rettore mi chiamò e mi disse: “Ora sei tranquillo”. E continuai a studiare. La Bisi mi disse di aver chiesto aiuto a una signora, che però non ha mai voluto dire il proprio nome. Fu lei a pagare la mia retta fino alla fine. E da quel momento, non ho più avuto preoccupazioni per i soldi. Vede di che cosa sono capaci i piacentini?»
Prima di salutare il cardinal Tonini, lui si ricorda di mio zio, Angelo Bagarotti, che tanti anni fa recitava in “Torricella” con Lazzarini e girava gli oratori per rallegrare i giovani. «Non c’erano soldi eppure la gente si divertiva. Lei viene da una famiglia che ha conosciuto la bontà, la stessa bontà che conoscono bene i piacentini».

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