ITALIANI LO SIAMO TUTTI. ROMAGNOLI SOLO NOI.

// aprile 5th, 2009 // Articoli, Romagna Caput Mundi

copia-di-caveja_romagnaAnime plurime, quelle dei romagnoli. Anime arroccate in castelli medievali, distese nella placidità della campagna, gettate nel mezzo del mare e abbarbicate sulle colline verdi e placide. Anime plurime, quelle dei romagnoli. Ma anime che battono all’unisono. È proprio vero che la Romagna è una terra di difficile comprensione, frastagliata com’è fra mare e montagna, campagna e città. La Romagna: la più italiana delle regioni. Anche nello spirito di divisione. Un insieme così eterogeneo di territori che è stato urbanizzato da una solerzia arcana, spinta da epoche romane o fors’anche più antiche. Ma la pluralità degli animi romagnoli è anche nella direzione verso cui tendono dall’intimo. Le grandi ideologie novecentesche hanno colonizzato i cuori dei romagnoli, stufi dei sapori pontifici romaneggianti, facendone degli appassionati socialisti, dei ferventi repubblicani, dei ragionati anarchici, dei fascisti praticanti. E insieme dei gaudenti borghesi, dei convinti liberali e libertari, o a volte degli obbedienti comunisti. O oggi, più verosimilmente, degli spaesati cercatori di identità, anche politica. Eppure, in questa diversità, c’è un’unità di fondo che fa da colonna vertebrale agli animi riminesi come a quelli ravennati, a quelli collinari come a quelli marittimi, a quelli forlivesi come a quelli imolesi. La romagnolità. Che non è solo una simpatia che corre sul filo della “z” e della “s”, né una semplice bonarietà piccante incastrata fra due pezzi di piadina, o una giovialità al sapore di Sangiovese, a paravento di un animo profondo e melanconico. La romagnolità è un sentimento identitario, una pulsione dell’animo ed insieme una risposta alla umanissima domanda “chi siamo?”. Siamo romagnoli. Italiani con la “R” maiuscola. Il passato ci porta nel presente un orgoglio un po’ sopito fatto di episodi gloriosi e momenti ridanciani, ma anche di lotte fratricide e di scontri senza pietà di una terra “mai sanza guerra ne’ cor de’suoi tiranni”.
Ed oggi, questo pirotecnico bagaglio, questa identità un po’ garibaldina e un po’ dantesca, un po’ serantiniana e un po’ felliniana che ci viene data in dotazione all’uscita dall’utero materno, pulsa e preme per esprimersi in questa complessa contemporaneità. Declinare al presente il meglio della romagnolità non è esercizio di facile impresa. Perché bisogna fare i conti con la globalizzazione, l’americanizzazione, e persino con il punzecchiare tormentoso dell’India e della Cina, bramose di spazio, di riscatto e di potere. E allora portare Mazzini e Pio VI, il Malatesta e il Passatore nella cornice contemporanea di Bill Gates e Abramovich, di Obama e di Sarkozy, significa fare un salto di qualità. Che è innanzitutto geografico. La Romagna è già una piccola patria, che è da sempre costellata dei tanti campanili che spiccano in ogni angolo. Risorse preziose per l’esigenza di comunità, retaggi antichi e braccia accoglienti. Ma i campanili non devono impedire di vivere la Romagna per ciò che è, ossia una grande città spalmata tra mare e colline. Una città che consente al riminese di fare due passi a Brisighella alla domenica, o al ravennate di andare alla sera a bere qualcosa in compagnia a Riccione. Grandi quartieri di una grande città, la più estesa di tutta la penisola. Ma il salto di qualità, oltre che nella visione del territorio, deve essere anche nella visione di noi stessi. Se non impareremo a scrollarci di dosso quella patina commiserante di basso provincialismo, faremo fatica a renderci conto che le decine, centinaia, migliaia di imprese romagnole che si impegnano, producono, eccellono, si e ci arricchiscono non sono inferiori a quelle lombarde, inglesi o americane, o che il tenore di vita che siamo riusciti a raggiungere, con sforzi e conquiste di chi ci ha preceduto, è unico sulla faccia della terra. Solo se prenderemo coscienza con pienezza, e nella sua complessità della “romagnolità” potremo vivere senza complessi in questo difficile ma affascinante presente. Da protagonisti.

One Response to “ITALIANI LO SIAMO TUTTI. ROMAGNOLI SOLO NOI.”

  1. Conte Carmine Palizzi Silla scrive:

    Questa è bella, il trionfo del Romagnolo! Ebbene, io ero rimasto all’Assessore Pincopallino che spopolava su Zelig, invece qui ritrovo valori tutt’altro che trascurabili, cui un Vibovagense non saprebbe capire.

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