L’intollerabile bruttezza della moda

// marzo 3rd, 2009 // Articoli, Romagna Caput Mundi

gorillaSabato sera qualunque. Ingresso di una qualunque discoteca della riviera romagnola. Una di quelle che ci tengono ad apparire “in”, “a la page”, piene solo di “bella gente”. Ore 01.30. Arrivo insieme ad un amico. Persona di buona famiglia, di un certo livello umano e culturale. Ed anche economico. Il quale però ha avuto la pessima idea di indossare una maglietta. Non una di quelle camicie che indossano tutti, slacciata fino all’ombelico e magari pure sgualcita. Una semplice maglietta lacoste, pulita e stirata. Mentre io indosso una normalissima giacca gessata. Facciamo la fila nelle liste dei tavoli, perché un amico “che ha il tavolo” ci ha invitati. Fatto già di per sé spiacevole, perché chi ha un tavolo di solito lo ha proprio per evitare file. E questa “bella gente” che si accinge a frequentare questo locale “a la page” si comporta più o meno come una massa di clandestini a Lampedusa. Anzi, probabilmente loro si sarebbero comportati meglio. Spintoni, manate, bestemmie, frasi senza senso che volano in un’aria intorpidita da uno strato di fumo denso come il marmo. Frasi intelligentissime come “guarda che se voglio qua mi compro il locale, o, rivolta ad un ragazzo di colore, pure gentile, che sta all’ingresso, “se ci fosse Mussolini te non saresti neanche qua”. Alte elucubrazioni. D’altra parte è un locale “a la page”, dove va la classe dirigente, quelle persone chiamate a cariche di responsabilità in azienda, negli enti pubblici, nella società. Tutte orgogliosamente incelofanate dentro ad una camicia. Pressati da cotanta classe dirigente scamiciata, già i nostri umori non raggiungono le vette. Ma quando l’attesa stile “manzotin” si prolunga, schiacciati fra due ferraresi con la camicia e un non identificato produttore di bestemmie – anche lui ovviamente con una camicia stroppicciata – l’umore scende ben oltre il livello inguinale. Finalmente riusciamo ad entrare. Circondati da gente tutta uguale: donne seminude – difficile distinguere i pochi centimetri di tessuto che le distinguono – e uomini con lo stesso sorriso stampato su un viso dipinto di ocra da lunghe sedute di lampade, jeans simil-rovinati, scarpe più o meno identiche color cacca. Quelle che piacciono ai bolognesi. Superiamo faticosamente i pochi metri – dove sono però contenute centinaia di persone “a la page” infiocchettate dentro a camice sdrucite – che ci dividono dall’ingresso vero e proprio, e con i nostri bigliettini in mano ci troviamo di fronte al buttafuori dei buttafuori, il door selector, quello che deve fare la selezione di chi sta dentro e chi sta fuori. E appena il mio amico si avvicina, il Minosse lo guarda da capo a piedi, fa una smorfia da Caronte, e dice solo, toccandosi il petto: “una camicina…”. E con una manona pelosa lo allontana dall’ingresso. Scattano mille pensieri, dal “proviamo a parlarci”, al “chiamiamo qualcuno dentro”, ma prima che un pensiero incontri la realtà, pressati prima da questo, poi da quel buttafuori, ci ritroviamo sulla strada da cui eravamo entrati. Dove ci sono ancora centinaia di altre persone in camicia affiancate da ragazze seminude che attendono. E con occhio diverso vedo che questa mirabolante “bella gente” che si accinge ad entrare nel locale “a la page” mi è quasi nota. Incontro il mio piastrellista, il muratore che mi ha sistemato casa, il benzinaio da cui rifornisco la moto. Tutti rigorosamente in camicia. In fondo siamo una società meritocratica. Per appartenere alla classe dirigente, alla “bella gente” che frequenta i locali “a la page” non conta nulla cosa hai studiato, quanti soldi realmente hai, che lavoro fai, o che tipo di persona sei. Basta seguire pedissequamente i dettati della moda, la scienza dell’apparenza. Che alla fine, come diceva Oscar Wilde, “è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. Probabilmente come le camicie di molta della bella gente che è entrata al posto nostro.

Di Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 29 aprile 2007

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