La festa della donna è fondata su una bufala

// marzo 3rd, 2009 // Articoli, Uomini, SVEGLIA!

mimosa1C’era una volta la festa della donna. Abbiamo tutti celebrato le sacrosante conquiste in fatto di diritti politici delle donne ? su cui non si discute-, e finiti i festeggiamenti ci possiamo permettere qualche riflessione in più, a costo di attirare accuse di becero maschilismo che qualche femminista potrebbe lanciare. Intanto, non certo per contestare il diritto delle donne a festeggiare la propria festa, ma per puro amor di verità, bisogna dire che c’è chi sostiene che in realtà la festa della donna sia basata su una bufala storica. E non si tratta di uno qualunque, ma di Vittorio Messori, e non lo fa oggi, ma ben 12 anni fa: “Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129…” (Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 107). Il messaggio che la mimosa della festa della donna fiorisce dal tronco dell’ideologia era già passato all’opinione pubblica oppure c’è ancora chi crede alla mitologia delle povere operaie uccise dal cattivo padrone? Resta comunque il fatto che se quello che Messori scrive è vero, l’8 marzo non è esattamente la festa della “donna”, ma piuttosto della “donna comunista”, che è cosa ben diversa…

Ma in definitiva, cosa abbiamo celebrato l’8 marzo? Quale donna abbiamo festeggiato? Quali idee si nascondono veramente dietro alle mimose che, al di là del fatto commerciale, simboleggiano “la donna”? Difficile dirlo in un’epoca dalle grandi contraddizioni come la nostra; epoca in cui da un lato le donne esigono le quote in Parlamento ? come se alcuni posti spettassero a loro “in quanto donne” e agli uomini “in quanto uomini” ? e ritengono gretto maschilismo il fatto che si ricordi loro che la loro prima vocazione è quella alla famiglia; ma epoca in cui dall’altro lato la donna è anche sempre più quell’involucro vuoto e statuario che riempie cartelloni pubblicitari in mutande e reggiseno, o che affolla le discoteche carico di trucco e trucchi per cantare qualche inno alla superficialità.

Diciamo che le spinte femministe nel cercare i giusti diritti politici hanno veicolato anche l’idea di una improbabile uguaglianza fra uomo e donna, che ha creato infiniti problemi di rapporti e di identità. Basta accendere la televisione, magari in una trasmissione di Maurizio Costanzo, per comprendere la confusione identitaria di cui siamo investiti: uomini che vogliono diventare donne, donne che vogliono diventare uomini, omosessuali, transessuali, travestiti, drag queen… Il fatto è che dal punto di vista della dignità di fronte alla legge uomini e donne sono e devono essere uguali, non si discute, è sacrosanto. Il problema sorge quando si trasportano queste categorie giuridico-politiche di uguaglianza in una sfera sociologica e psicologica. In questi due ultimi ambiti uomini e donne sono diversi. Infinitamente diversi. E per fortuna! E se ciascuna persona non scopre questa affascinante diversità e confrontandosi con essa non definisce nel profondo la propria identità, non riuscirà mai a rispondere alla domanda che per tutta la vita accompagna ogni uomo e ogni donna: “chi sono io? “. Come i più illuminati sociologi ? per tutti Pierpaolo Donati ? sostengono, il rapporto fra uomo e donna non deve basarsi su categorie inapplicabili come “uguaglianza-disuguaglianza”, ma su una presa di coscienza della diversità, di cui non si deve avere paura, e sopra cui è solo deleterio costruire ideologie politiche.

Il politically correct impedisce di affermare una realtà tanto banale quanto offuscata dal velo ideologico che la ricopre: se l’uomo partecipa dello spirito creativo operando nel mondo o impegnandosi professionalmente, la donna lo fa primariamente mettendo al mondo figli. E trova quindi la sua prima realizzazione seguendo le strade che madre natura ha segnato nelle dinamiche umane: divenendo moglie e madre. È così maschilista chiedere che le donne non dedichino tutta la vita ad inseguire le ambizioni, i vezzi e gli spettri degli uomini e cerchino piuttosto prima di rispondere alla loro natura di mogli e di madri?

Dunque, nel giorno della festa della donna si celebrino i diritti politici che le donne hanno conquistato. Non lo si faccia però in modo ideologico diffondendo un’idea tendenziosa di uguaglianza fra uomo e donna. E soprattutto non si costringa le donne di buon senso a cantare anche una requiem per la loro insostituibile diversità dall’uomo che le rende, per tutti noi, mogli e madri.

di Paolo Gambi
(da La Voce di Romagna, 9 marzo 2004)

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