Ma che donna festeggiamo?

// marzo 10th, 2009 // Articoli, Uomini, SVEGLIA!

don18E anche quest’anno ci siamo. L’8 marzo è alle porte, e con esso la consueta liturgia femminista di esaltazione della donna. Ma di quale donna? La donna che ci troviamo a celebrare oggi è poi così diversa dall’uomo, esistono insomma ancora quei minimi caratteri distintivi che dividono il maschio dalla femmina? Prendiamo le celebrazioni di questi giorni. Cosa fanno gli amici – maschi – quando hanno una qualche ricorrenza e la vogliono festeggiare tra loro? Vanno in discoteca, bevono, si divertono, fanno gli stupidi, fanno finta di essere vip coltivando il proprio istinto di superiorità. Quelli più “coraggiosi” si buttano in un locale di lapdance a lustrarsi gli occhi sulle chiappe di una qualche ballerina russa. E le donne, nella loro diversità che va festeggiata l’8 marzo, cosa fanno quando hanno una qualche ricorrenza e la vogliono festeggiare tra loro? Cosa fanno insomma l’8 marzo per celebrare la propria superiore diversità? Vanno in discoteca, bevono, si divertono, fanno le stupide, fanno finta di essere vip coltivando il proprio istinto di superiorità. Quelle più “coraggiose” si buttano in un locale di lapdance a lustrarsi gli occhi sulle chiappe di un qualche improbabile spogliarellista in una isteria collettiva. Allora dove sta questa grande differenza, questa superiorità delle donne? Dov’è il motivo per cui si devono celebrare loro e non i maschi?
Certo, una cosa che le rende infinitamente superiori ai maschi le donne ce l’hanno, eccome. È la facoltà di generare la vita. Le donne portano dentro di sé il futuro, e prima di esso hanno portato dentro di sé il presente, tutti noi. Non è affare da poco. Tutti noi maschi dovremmo adorare le donne solo per questo motivo, perché al di là delle loro paturnie e della loro complicata razionalità, sono coloro che ci danno la vita. Viva le donna madri! Ma l’8 marzo non si festeggia certo questo. Anche perché sembra che oggi le donne facciano di tutto pur di distogliersi da questa loro naturale e sublime vocazione alla maternità. In nome di chissà quali riscatti si buttano nel lavoro, nella carriera, nell’ambizione. E i figli chi li fa? Ma soprattutto, chi li cresce? Nella migliore delle ipotesi “facciamo a metà”. Trasformiamo cioè i maschi in “mammi”, e facciamo fare alle donne un po’ le “babbe”. Un disastro. Soprattutto perché questa logica fa sembrare quasi che seguire la vocazione alla maternità, con tutti i sacrifici che comporta, sia un’onta, un disonore, qualcosa di cui vergognarsi. Meglio studiare fino a trent’anni, prendendo lauree, dottorati e master in giro per il mondo. Per fare cosa poi? Per doversi poi costruire a quarant’anni l’illusione che si può essere felici anche così, scimmiottando i maschi? Perché bisogna sempre ricordare che per gli uomini, in fondo in fondo, la carriera, oltre che un modo per ingegnarsi a vivere, è un gioco. Un giochino che sostituisce i soldatini o i videogames. Le donne in carriera invece prendono tutto molto sul serio, abbastanza da cadere in depressione quando capiscono che di serio da prendere nella carriera c’è ben poco, oltre al sostentamento economico sufficiente per sopravvivere. E intanto il treno per ottenere la felicità nella creazione di nuova vita è già passato e non passerà più. E allora? Cosa c’è da festeggiare l’8 marzo se non la perdita dell’identità femminile, lo smarrimento delle donne nei sentieri dove sino ad ora camminavano gli uomini? Perché mai c’è tanto da festeggiare queste donne che hanno abbandonato la vocazione alla maternità condannando la società occidentale ad un futuro sterile ed alquanto incerto? Non lo so. Ma intanto le mimose si sprecano in un rito collettivo e molto consumistico senza nessuna vera ragion d’essere.
Paolo Gambi
Da La Voce di Romagna, 6 marzo 2009

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.