ROMAGNA CITY

// giugno 18th, 2009 // Articoli, Romagna Caput Mundi

romagnacartinaRibadiamolo con chiarezza: a pensarci bene, potenzialmente, la Romagna non è altro che una grande città. Una città spalmata sulla pianura e distesa sulle colline, un po’ a ridosso del mare e un po’ proiettata verso l’entroterra. Una città di cui Rimini, Ravenna e Forlì non sono altro che tre quartieri. Una città che ha oltre un milione di abitanti, due aeroporti, un porto ai primi posti della graduatoria nazionale, è prima in Europa per flussi turistici, ha opere d’arte meravigliose e parchi stupendi. Un agglomerato urbano dove il tempo massimo di percorrenza dai due punti più lontani, potenzialmente, è mezz’ora. Una città che non è seconda a nessuno. Ha un unico problema, questa città: non si è ancora accorta di esistere. Non si sono ancora accorti, i romagnoli, che non sono appena dei provinciali, un po’ terranei discendenti di contadini e un po’ acquei figli di pescatori, ma possono essere prima di tutto cittadini. Con un’anima comunque provinciale, ma cittadini. Cittadini del secondo millennio, partecipanti attivi dei grandi processi dell’umanità, attori, e non solo spettatori, del teatro del presente. Cittadini che possono dimostrare che tutto sommato si può essere anche cittadini mantenendo il buono dell’essere provinciali.
Certo, per raggiungere l’obiettivo, per trasformare veramente la Romagna in una grande città, serve innanzitutto un po’ di integrazione concreta, materiale. Non è possibile che nell’era della globalizzazione, della velocità e della tecnologia, Ravenna e Forlì siano unite solo da un budello di strada che costeggia l’argine di un fiume. Né che non esista neppure un pallido spettro di trasporto pubblico che sia in grado di mettere a sistema i flussi turistici tra Ravenna e Rimini. In Romagna bisognerebbe poter arrivare senza macchina, e girarla tutta senza dover ricorrere all’auto. Come in qualunque grande città. Poi è inammissibile che ciascun Comune abbia le proprie piccolezze urbanistiche, fatte di misere contrattazioni e bieche speculazioncine, e non riesca a coordinarsi con gli altri per pensare più in grande: è come se un contadino che ha dieci ettari di terra li dividesse tutti in pezzettini minuscoli in cui fare di ciascuno un po’ di orto, o come se a Bologna ogni quartiere fosse libero di programmarsi urbanisticamente senza tener conto degli altri: non si costruirebbe mai un’opera pubblica. Non è poi possibile che con due aeroporti a disposizione non esista fra i loro rapporti altro che competizione. Manca, insomma, una visione d’insieme, a questa città. Ed è un gran peccato. Perché con le potenzialità che ha, la nostra realtà urbana romagnola, potrebbe veramente tornare ad essere protagonista e a dare ai figli della sua terra possibilità ed occasioni, senza che questi per fare qualcosa debbano emigrare a Roma, a Milano o peggio ancora a Bologna.
Ma per raggiungere questi obiettivi serve un cambio di rotta. Un cambio, soprattutto, di mentalità. Ancora oggi per un ravennate pensare anche solo ad una serata a Rimini è inconcepibile, così come per un cesenate può sembrare una grande scelta di vita trasferirsi a Ravenna. Tutto nasce da frustranti conflitti: fra città e provincia, fra mare e campagna, fra campanile e campanile: l’identità che ciascun romagnolo ha più vivida, issata nel più alto pennone del proprio campanile, è quella comunale, con una conseguente chiusura a chi ci sta intorno. Ci si dice ravennati o riminesi, cesenati o imolesi, e quindi, in seconda battuta, romagnoli. Il cambio di mentalità, la coniugazione contemporanea della nostra identità, sta nel dirsi prima romagnoli e poi cesenaticensi, cattolichini o brisighellesi. Può sembrare una formalità di poco conto, ma non lo è. Perché è solo “pensando romagnolo”, avendo sempre in mente la visione d’insieme della nostra grande città, che ci si può rendere conto che il cesenate che “si trasferisce” a Ravenna equivale al romano che cambia casa da Trastevere a Prati, o che la serata riminese del ravennate equivale ad un giro in centro a Milano per chi vive a Lambrate.
Anche perché, lo confesso, sono stufo di sentire gente che tesse nell’aria lamentele del tipo: “Ah, come mi piacerebbe vivere a Parigi! “; “qua è un mortorio, invece a Milano… “; “come si sta bene a Bologna! “. Nove volte su dieci chi dice così non ha mai vissuto né a Parigi né a Milano, e al massimo è passato vicino a Bologna in macchina. E nove volte su dieci chi desidera trasferirsi in una capitale il più delle volte vive la propria realtà da provinciale, sta a Forlì ma non va mai, per esempio, a Rimini, e si lamenta del fatto che non vi siano opportunità. Con questa mentalità se si trasferisse a Milano comprerebbe casa a Segrate e non si muoverebbe mai di lì. Ma anche questo fa parte del nostro essere provinciali. Perché invece di lamentarci, basterebbe operare il cambio di rotta e vivere la Romagna in tutte le sue opportunità, senza aver paura di aprirsi da riminesi a Forlì o da forlivesi a Ravenna. Siamo pieni di opportunità già ora. Abbiamo potenzialità inespresse che potrebbero esplodere da un momento all’altro se solo ci rendessimo conto che questa generazione può diventare fondatrice di una nuova Romagna, portatrice nel presente di un bagaglio culturale ed identitario radicato nei secoli.
Si badi bene: questa idea non nuota nel lago della politica, né nello stagno in cui sguazzano concetti burocratici ed amministrativi, ma nell’Oceano dell’orgoglio. La Romagna può ambire a molto più di ciò che oggi è ed ha. I romagnoli hanno il diritto ed il dovere di declinare la loro pirotecnica identità nel presente per farsi protagonisti della contemporaneità. E possono farlo.
Anche perché, diciamocelo: la Romagna è la città più bella del mondo. È conficcata fra le zolle della campagna, con le radici profonde in un passato lontano, incastonata fra il mare e le colline. È lì, su quell’ultimo lembo di Italia settentrionale che porta al centro, con le spalle irriverentemente rivolte alla Serenissima e lo sguardo ben fisso, e sognante, su Roma. È un ricordo, per chi non l’ha dimenticato, di una terra che nella storia è sempre stata protagonista, e che ancora oggi può tornare ad esserlo.
Solo vivendola così, la Romagna potrà trovare un posto appropriato nello scenario di oggi. D’altra parte il mettere insieme varie realtà urbane è la genesi di qualunque progetto cittadino. Londra nasce unendo piccoli villaggi, Berlino è un polimorfo agglomerato di paesi, la realtà milanese è frutto dell’assorbimento da parte della capitale meneghina di tutto l’hinterland, e persino Bologna ha vissuto il medesimo cammino. In Romagna questo processo può essere più complicato perché una capitale vera e propria non c’è. Non c’è una capitale, ma c’è un motore, installato nella solerzia della realtà riminese, che anche negli ultimi decenni, ed ancora oggi, ci ha abituati tutti a grandi sorprese. Chissà allora che alla fine la Romagna non si rifondi davvero come grande città. E chissà che tutto questo non parta davvero da Rimini…

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