Un po’ di sano anticlericalismo cattolico
// luglio 25th, 2009 // Articoli, Squarci sull'infinito
Premessa necessaria: ci sono tantissimi sacerdoti a cui bisognerebbe fare monumenti e statue. Ci sono tantissimi sacerdoti che vivono davvero una vita santa. Ci sono tantissimi sacerdoti che riescono ad inculturare il Vangelo. Però, io sono anticlericale. E spero di spiegare bene il perché. Si può essere anticlericali per odio, e lo si può essere per amore. Ci sono quelli che odiano i preti e la Chiesa perché professano altre filosofie di vita, che con il messaggio cristiano nel suo nocciolo più profondo sono incompatibili, e quindi disprezzano la classe dirigente dell’azienda avversaria. Poi ci sono quelli che, anche se professano qualcosa di cristiano, hanno avuto a che fare con un qualche prete particolarmente chiuso o particolarmente estroso, ed hanno finito per odiare lui e tutta la categoria. E sono molto numerosi. Poi ci sono quelli che amano la Chiesa follemente, e soffrono a vedere come la struttura ecclesiastica brontosaurica proietti nel mondo un’immagine del cattolicesimo fatta di un’accozzaglia di sfigati, un po’ anacronistici e un po’ sprovveduti, che vivono in un mondo tutto loro; anche questi ultimi finiscono per diventare anticlericali, anche se in un modo un po’ diverso. Io sono uno di quelli. Anticlericale per amore. Siamo appena entrati in un anno dedicato al sacerdozio, e l’occasione è quindi la migliore per lanciare nel calderone mediatico una domanda. Sono capaci oggi i preti, inseriti nel contesto della lenta e farraginosa struttura burocratica ecclesiastica – fatta di parrocchie, diocesi, uffici e commissioni arrugginite e spesso svuotate di ogni soffio dello Spirito – ad interpretare il messaggio cristiano e tradurlo alla contemporaneità, cioè a quel complicato ammasso informe di continuo fluire? Può, in breve, la classe dirigente della Chiesa, cioè il clero, parlare la lingua dell’oggi e inculturare Cristo nell’adesso? Se la risposta è sì, resta solo da chiedersi come mai le chiese siano vuote. Se la risposta è no, lo è per un motivo: il clericalismo. Quella tendenza cioè a teorizzare e proiettare sul mondo una realtà fatta a misura di prete. Un mondo cristallizzato su dinamiche un po’ pontificie, in cui il prete comanda e il laico obbedisce umilmente. Si è buoni cristiani se si seguono tutte le disposizioni e gli incoraggiamenti che arrivano dal prete. Ma se si seguono tutte queste disposizioni, il più delle volte si diventa degli alienati, delle persone che vivono, appunto, fuori dal mondo, con la paura, o l’ossessione, che qualunque cosa in fondo sia peccaminoso. E per essere “giusti” bisogna fuggire dal peccato. Prima di fare qualunque cosa, in coscienza si chiedono, queste persone, non cosa farebbe Gesù al loro posto, ma cosa farebbe un prete. Questa logica porta alla formazione di esseri umani disinnescati, di umanità incompiute, di persone la cui vita parla sottovoce. Per qualunque cosa, molti laici dipendono in tutto e per tutto dal proprio prete. Non fanno nulla senza consultarlo, e finiscono sempre e comunque per fare ciò che dice e sceglie lui. Dov’è allora la responsabilità, il coraggio, l’affermazione della propria responsabilità? A tutto ciò bisogna dire, con forza, no! Queste dinamiche clericali – delle quali si possono trovare facilmente la genesi e i principali passaggi successivi – hanno messo fra la Chiesa, che ha la responsabilità di portare il messaggio di Cristo a tutte le genti, e, appunto, la gente, un muro invalicabile. E spesso il clericalismo porta a dire: se parliamo una lingua che il mondo non capisce, è il mondo che deve cambiare. Ma Gesù non è venuto per creare una setta che si estraniasse dal mondo in un atto di completa autoreferenzialità. Chi ha una chiamata o una tendenza alla fuga dal mondo può divenire monaco, e passare la propria vita in un monastero in preghiera. Ma tutti gli altri? Dio ci ha donato uno strumento meraviglioso, che il più delle volte teniamo a prendere polvere in soffitta: la coscienza. Se ben calibrata e usata con cura funziona meravigliosamente, e spesso ci mostra qual è il progetto che Dio ha disegnato per noi, su cui costruire la nostra vita, evitando di appoggiarci a questo o quel geometra. Detto tutto questo, lo Spirito soffia, e molti movimenti e molte realtà cattoliche hanno capito e interpretato tutto questo in modo sublime, gettandosi nel laico universo dell’oggi. Spesso visti non proprio di buon occhio dal clero. Per concludere, nella sua vita pubblica Gesù si è accompagnato senza paura a prostitute, filibustieri e gente stracarica di peccati, nutrendo nei confronti di quelli che si dicevano “giusti”, quelli che obbedivano al clero più che a Dio, una profonda avversione. Bisogna quindi stare molto attenti a non riproporre mai quelle dinamiche. Perché alla fine, sono proprio questi “giusti” che lo hanno crocifisso…
2 Responses to “Un po’ di sano anticlericalismo cattolico”
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Ciao Paolo,
volevo fare un breve commento.
Tendenzialmente sono d’accordo col il tuo articolo, ti esprimo invece qualche dubbio mi è venuto:
1) Le Chiese vuote: purtroppo, non si tratta solamente dell’incapacità di alcuni sacerdoti, ma di una consistente scristianizzazione della società; e più che dare gran parte della colpa a quei ( pochi ) preti scadenti, io la darei a quei milioni di laici tiepidi che non testimoniano la pienezza della propria vita, non rendono ragione della propria fede, testimoniano un cristianesimo non vero e non coerente, che per la gente assume un sapore dolciastro. Per una persona, o ogni singola fibra dell’essere è Cristo, e lo manifesta nella maniera più trasparente possibile, oppure non lo è.
2) Il ricorso alla coscienza: il discorso che fai, di fondo è giusto: al termine di tutte le nostre decisioni, c’è sempre la coscienza che stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato per noi. Il problema, da quello che ho capito e che mi sembra che tu voglia criticare, è che non ti piace una coscienza troppo sottomessa a quella di un prete. Io penso che però non bisogna cadere nell’opposta tentazione che è quella di emancipare la coscienza da qualsiasi consiglio esterno; in fondo, se ci pensi, se un prete ci dice già quello che a noi piace, va tutto bene; quando ci dice quello che a noi non sta bene, non ci piace e vorremmo scappare. Io penso che una via di mezzo è possibile, ossia accogliere sempre un consiglio esterno nella propria vita per integrarlo con le nostre esigenze, e poi alla fine scegliere, senza però disprezzare il parere di un altro da noi. La coscienza, per agire bene, deve essere retta e vera, e deve essere quindi educata, a volte anche ad andare controcorrente con quello che immediatamente avverte come un qualcosa di giusto. Molte volte rischiamo di essere invischiati nella burocrazia ecclesiastica e da questa dobbiamo fuggire per una testimonianza più genuina. Altre volte mescoliamo il cristianesimo alle filosofie del mondo e adulteriamo l’originale messaggio di Cristo che viene preservato nella sua integrità dalla Chiesa.
Saluti
Antonio
Credere e’ diritto per chi ci crede, ma cosa puo’ soddisfare la nostra fede se non la preghiera svincolata da cio’ che il mondo ci propina? Chi sarebbero i bravi sacerdoti e quelli cattivi? Chi siamo noi per scacciare dal Tempio l’empio quando il nostro trave impedisce al cammello di passar la cruna dell’ago? Anticlericalismo o meno, lascio a voi le vostre scelte, io feci le mie in quel di Aprile 1957
Cordialmente
Conte Carmine Palizzi Silla